Il tempo di Pecci: carriera e funzione di un play senza strappi

Un regista senza strappi e senza pause: l’evoluzione tecnica di Enrico Pecci negli anni Settanta e Ottanta

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Eraldo Pecci Bologna
Foto: @bolognafc1909 on Instagram (https://www.instagram.com/p/Cq7d0-otilJ/)

Il percorso di Eraldo Pecci, un play affidabile, dal Torino campione alla maturità tra Fiorentina e Napoli: più struttura che visibilità.

La carriera di Enrico Pecci si sviluppa lungo un percorso lineare ma tutt’altro che banale, costruito più sulla sostanza che sulla visibilità. Cresciuto nel Bologna, è però con il Torino che trova la sua consacrazione. Al Toro, Pecci entra a far parte di una delle squadre più riconoscibili del calcio italiano del dopoguerra.

Nel Torino di Gigi Radice, Pecci è il vertice basso del centrocampo nello storico scudetto del 1975-76. In un sistema che faceva dell’intensità e delle marcature a uomo i suoi pilastri, il suo ruolo era tutt’altro che marginale: garantiva ordine nella prima costruzione, dava continuità al possesso e soprattutto permetteva alla squadra di risalire il campo con qualità, evitando i lanci lunghi. 

Eraldo Pecci Fiorentina
Foto: Wikimedia Commons (Di FotoBorsari – Vladimiro Caminiti, La sfida delle capitali, in Guerin Sportivo, nº 1 (521), Bologna, Conti Editore, 25 dicembre 1984 – 8 gennaio 1985, p. 20., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=6587295)

Dopo l’esperienza granata, l’approdo alla Fiorentina lo vede in una fase più matura, dove diventa un punto di riferimento in una squadra che cercava equilibrio. Qui Pecci accentua ulteriormente il suo profilo di regista puro: meno inserimenti, più gestione dei tempi, maggiore responsabilità nella costruzione del gioco. È il classico centrocampista che tocca molti palloni senza mai risultare invasivo.

Il passaggio al Napoli, a metà degli anni Ottanta, rappresenta un altro snodo interessante. In una squadra che stava vivendo una fase di transizione, prima dell’arrivo di Diego Maradona, Pecci offre esperienza e struttura tattica. Non è più il fulcro assoluto come a Torino, ma resta un elemento di affidabilità, capace di connettere un centrocampo spesso disomogeneo.

Chiude la carriera tra Bologna e Vicenza, mantenendo sempre lo stesso registro: pochi picchi mediatici, ma una costanza di rendimento che lo rende prezioso per ogni allenatore. Non è un caso che Pecci sia a suo agio in ruoli di responsabilità nella gestione del possesso, anche nelle fasi più avanzate della carriera.

Eraldo Pecci Napoli
Foto: @legendsnapoli on Instagram (https://www.instagram.com/p/C5pwfmaok1k/)

In Nazionale colleziona meno presenze di quante forse ne avrebbe meritate, anche per la forte concorrenza in un’epoca ricca di centrocampisti di alto livello. Resta comunque parte del gruppo che partecipa al Mondiale del 1978, confermando la considerazione tecnica di cui godeva.

Pecci è stato un interprete molto preciso del ruolo di regista arretrato in un calcio ancora lontano dalle codifiche moderne. Non ha reinventato la posizione, ma l’ha interpretata con una pulizia e una continuità che oggi lo rendono un riferimento per chi studia l’evoluzione del centrocampo italiano. Più che un simbolo nostalgico, è un caso tecnico da rileggere con attenzione.

 

 

Federica Vitali