Si chiude il calciomercato: un’estate senza fuochi d’artificio

Dalle notti magiche dell'El Dorado a un'estate senza colpi da copertina: l'analisi di un calciomercato normale, in attesa del campo

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Se c’è un giorno che simboleggia la fine dell’estate è sicuramente il giorno della fine del calciomercato estivo. 

Che sì, forse non è più quello di una volta, quando bastava un colpo di telefono per far tremare l’Europa e dove una firma poteva cambiare la storia. Era anche l’epoca dell’arrivo in Italia di Maradona, di Van Basten, di Ronaldo il Fenomeno. Dove ogni acquisto estero doveva essere un fuoriclasse assoluto.  

E lì, in quelle notti magiche estive, i colpi di mercato erano epici, davvero epici. Tutti volevano giocare in Italia, seppure fino alla stagione 1995/96 vigeva la regola del limite di tre stranieri in rosa. Eppure, la Serie A era considerata l’El Dorado del calcio. 

Tutti i migliori del pianeta volevano solo la Serie A: da Maradona a Platini, passando per van Basten, Gullit, Ronaldo il Fenomeno, Zidane, Batistuta e Zico. Nessun altro campionato poteva competere per fascino, ingaggi e prestigio. Chiunque volesse contare davvero nella storia del calcio non aveva scelta, doveva passare da qui. 

Grandi colpi di mercato, telefonate fino a notte fonda e aeroporti presi d’assalto. L’ultimo, vero, grande lampo di quella luce abbagliante, l’ultimo grande colpo di mercato, però, è stato l’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus nel 2018 per 100 milioni. 

Oggi, a distanza di anni, quell’operazione appartiene già a un’epoca geologica, irripetibile. E quest’anno, diciamolo senza peli sulla lingua, non c’è stato nessun grande colpo di mercato. Niente campioni in arrivo, niente trattative da copertina che ti fanno esclamare “hai visto chi abbiamo preso?” 

 

È stato un mercato normale, dignitoso, ma non eclatante. E va bene così, ma diciamolo, le scommesse, i rebus e i giovani dal futuro incerto non sono del tutto esaltanti. 

Il Como, per esempio, ha smesso di fare la comparsa. Sul lago ha portato Moise Kean e tenuto stretto Nico Paz. La Roma, invece, ha lavorato come un sarto: ha cucito un attacco da sogno — Castro, Malen, Dybala, Soulé e Mora — su misura per Gasperini. Il Milan ha scelto la via del bisturi, pochi colpi chirurgici: dentro Gila, Moreira, Ramos e fuori Leao, volato a Istanbul. 

Ma resta il dubbio: hanno costruito un futuro o solo alleggerito il presente? 

L’Inter, campione in carica, ha pescato in Premier — Stones, Spence e Curtis Jones — mentre la Juve, ferita dall’infortunio di Yildiz, ha messo nel calderone tanti nomi: Lucumi, Celik, Vicario, Matar Saar, Kolo Muani, Woltemade e il giovanissimo Alajbegovic. 

Se le grandi si sono attrezzate, altre hanno perso pezzi per strada. Il Bologna è rimasto con l’ossatura scoperta. Il Napoli ha acceso solo due fiammelle: Favasuli e Badiashile. Sassuolo e Monza sembrano navigare a vista, tra operazioni fumose e cessioni.  

C’è chi ha puntato tutto sul coraggio o sulla linea verde, come il Cagliari o il Frosinone, autore della scelta più rivoluzionaria: un’ossatura di giovani italiani.  

È la stessa scommessa che ha mosso il Torino, ma anche il Genoa. Poi c’è l’Italia dei cantieri aperti, delle scommesse e dei rimpianti: dal viavai da stazione del Venezia al Parma, costretto a rimpiazzare Suzuki voltato in Premier. Nel mezzo restano un’Udinese che riabbraccia Zaniolo ma piange le cessioni, un Lecce rimasto la fotocopia dell’anno scorso e una Lazio che vede arrivare Frattesi e Pinamonti. 

 

L’Atalanta che si ritrova con innesti del nuovo mister Sarri e la Fiorentina che ha allestito un mercato da sogno sulla carta. 

Insomma, ci siamo capiti: niente fuochi d’artificio o grandi colpi da far tremare i polsi, solo tanto pragmatismo e la speranza che dei giovani sconosciuti si trasformino nei fenomeni dell’anno.  

Ma le firme sui contratti sono uscite dalle prima pagine: da adesso in poi contano solo i punti in classifica.  

 

 

ROSARIA PICALE