“Resta da chiedersi tuttavia se al termine di questo nuovo equipaggiamento (con la presenza del Fenomeno e dei suoi – vari e eventuali – seguaci, con l’amalgama dei nuovi, con tutti i presupposti che il Sovrano saprà e vorrà creare), comunque non dovesse arrivare la Coppa dalle Grandi Orecchie, in che chiave andrà considerata e valutata la stagione che aspetta la Vecchia Signora”.
Si conclude così il mio articolo, scritto in occasione del ‘colpo del secolo’, in cui a luglio scorso analizzavo il contesto e le prospettive dell’acquisto di Cristiano Ronaldo.
E da quella chiosa finale voglio ripartire oggi, a pochi giorni da Juventus-Atletico Madrid, partita che rappresenta lo snodo cruciale della prima stagione in bianconero di CR7.
Mi sono chiesta più volte cosa passasse nella testa di Ronaldo a mano a mano che prendeva confidenza con la Juve, con Allegri, con un mondo così differente da quello respirato per 9 anni al Real Madrid.
Mi sono chiesta come stesse interpretando questa che per lui è una sfida sicuramente complicata, perché – bisogna essere onesti – la Juventus e l’Europa sono da tempo immemore universi paralleli. E lui – così è, così doveva essere – invece portava la possibilità di creare finalmente un punto di incontro tra questi due universi.
Una possibilità che è stata giorno dopo giorno sminuita, quasi accantonata.
Per come conosciamo Ronaldo, il suo impegno a rispettare ambiente e diversità è stato notevole. Sinceramente, non pensavo aspettasse tanto a palesare perplessità che uno navigato come lui non poteva non cogliere in breve tempo. Ha avuto tatto, ha saputo aspettare. Ma alla fine si è ricordato che quelli come lui, i Sovrani, hanno diritto di esercitare potere.
Le parole, i gesti, le urla di Cristiano rivolte alla panchina bianconera a Napoli hanno la valenza di una ribellione, una ribellione più forte di quella che portò Bonucci allo sgabello di Oporto o della rimostranza colorita di Tevez al momento della sostituzione. E quelle urla – quasi frustrate – arrivano d’impatto a tutto il mondo bianconero, a quella dirigenza che solo pochi mesi prima a Villar Perosa annunciava la volontà di conquistare tutti i trofei stagionali.
Ronaldo sul campo di Napoli grida a questa squadra che non trova la rotta, ma principalmente grida al timoniere che parla di aspettative troppo alte. Lo fa a alta voce per mostrare le falle che tutti – ma proprio tutti – continuano a ignorare. Ronaldo sta dicendo a chiare lettere che non solo la Champions è Utopia in questo modo, non solo l’ Europa: lo è anche battere i partenopei.
Ronaldo accusa un atteggiamento atavico al quale la Juve e la sua platea – non tutta, ma quasi – si sono assuefatte, come a un potente e velenoso narcotico.
Ma il Sovrano sa che ha potere. Il suo potere dice che questa stagione è sul baratro del fallimento. E così chiude il cerchio della domanda iniziale, quella con cui ho aperto questo discorso.
Lui a quel fallimento non ci sta. Non ci vuole stare. Lo ha gridato sul campo, ma non illudetevi: non ha fatto solo quello. Ha fatto altro: ha scelto e posto delle condizioni.
Ha finalmente creato i presupposti.
E ora la Juventus è chiamata a rispondere in qualche modo: affinché si ricordi, e lo faccia in fretta, come è costume del portoghese rispondere alle situazioni in cui non risulta vincente.
Daniela Russo