
Roberto Di Matteo aveva quel modo tutto suo di stare in campo: testa alta, passo corto, niente frenesia. In una Lazio piena di corsa e caos offensivo, sembrava quasi giocare con un secondo d’anticipo rispetto agli altri.
Nato in Svizzera da genitori abruzzesi, cresce con un pallone tra i piedi e una compostezza quasi nordica nel carattere. Ma dentro aveva il calcio italiano degli anni Novanta: tecnica, lettura del gioco, geometria. Dopo gli inizi tra Schaffhausen, Zurigo e Aarau — con cui vince addirittura il campionato svizzero — arriva il salto vero alla Lazio di Zeman.
Nella Lazio iperoffensiva del boemo, Di Matteo è un centrocampista moderno prima che il calcio italiano impari davvero cosa significhi esserlo. Recupera palloni, costruisce, si inserisce. Ha un tiro secco, pulito, da giocatore che non calcia mai “tanto per”. Zeman gli chiedeva di verticalizzare subito, di accelerare il gioco, e lui lo faceva senza spettacolarizzare nulla. Un controllo, due tocchi, poi quel destro secco che partiva all’improvviso. I tifosi biancocelesti ricordano ancora certe sue aperture da quaranta metri all’Olimpico. In nazionale trova spazio in un’Italia piena di talento, arrivando a collezionare 34 presenze con gli Azzurri.

Poi arriva a Londra. E lì nasce il mito. Nel 1996 il Chelsea lo acquista per una cifra record. In Inghilterra Di Matteo sembra immediatamente a casa: il suo calcio verticale, intelligente, essenziale, è perfetto per Stamford Bridge. Segna all’esordio, conquista il pubblico, e lascia impronte indelebili nelle partite che contano. La più famosa arriva il 17 maggio 1997. Finale di FA Cup contro il Middlesbrough. Dopo appena 42 secondi Di Matteo esplode un destro violentissimo sotto la traversa. Per anni sarà il gol più veloce nella storia della finale. Ancora oggi, per molti tifosi Blues, quella rete getta le fondamenta per il Chelsea dei giorni nostri.
Eppure la sua storia da calciatore porta con sé anche un inevitabile malinconia. Nel 2000, durante una partita di Coppa UEFA, subisce una terribile frattura alla gamba. Un infortunio devastante, quasi crudele per un giocatore che sembrava poter dominare ancora a lungo i centrocampi europei. Dopo mesi di tentativi e riabilitazioni, è costretto al ritiro a soli 31 anni.
Ma Di Matteo aveva ancora un’altra notte impossibile da vivere. Quando nel marzo 2012 il Chelsea esonera André Villas-Boas, nessuno pensa davvero che il traghettatore italiano possa cambiare il destino della stagione. Lo spogliatoio è logoro, la squadra sembra vecchia e sfiduciata. In Champions League c’è il Napoli da rimontare, poi eventualmente il Barcellona di Guardiola e infine il Bayern Monaco in casa propria. In pratica, una missione disperata.
E invece succede qualcosa.
Happy 50th birthday to Roberto Di Matteo.
4th March 2012: Appointed Chelsea caretaker manager
5th May 2012: Won the FA Cup
19th May 2012: Won the Champions League.
Etched in Chelsea history. 🏆🏆 pic.twitter.com/4BroIa6VT2
— Squawka (@Squawka) May 29, 2020
Di Matteo non rivoluziona il calcio. Non inventa sistemi tattici futuristici. Fa una cosa molto più difficile: restituisce fiducia a un gruppo di campioni consumati dal tempo. Ridà centralità a Drogba, Lampard, Terry, Čech. Ricrea appartenenza. Anni dopo racconterà di aver detto ai suoi giocatori che quella era “l’ultima occasione” per vincere la Champions. Funzionò.
La rimonta col Napoli, la resistenza eroica al Camp Nou contro il Barcellona, poi Monaco di Baviera. Finale giocata praticamente in trasferta contro il Bayern. Il Chelsea sopravvive, soffre, pareggia all’ultimo respiro e vince ai rigori. Prima Champions League della storia del club. In panchina c’è Roberto Di Matteo, l’uomo che sembrava soltanto un ex giocatore elegante con il sorriso gentile.
Ed è forse questo il punto centrale della sua storia: Di Matteo non ha mai avuto bisogno di occupare la scena. Non era istrionico come Mourinho, integralista come Guardiola o mediatico come Conte. Persino nei trionfi sembrava quasi voler stare un passo indietro. Ma il calcio, a volte, conserva un posto speciale proprio per uomini così. Quelli silenziosi. Quelli che arrivano senza rumore e se ne vanno lasciando immagini eterne.
Per i tifosi del Chelsea resta il volto della notte di Monaco. Nei cuori di chi ama il calcio vintage, resta uno dei centrocampisti più sottovalutati della sua generazione.
Ma per tutti gli altri, Roberto Di Matteo rimane la prova che le favole calcistiche esistono ancora — soprattutto quando nessuno ci crede più.
Federica Vitali


