Quella contro la Repubblica Ceca è stata, quasi sicuramente, l’ultima partita di Ochoa con la maglia della Nazionale messicana addosso: è la fine di un’epoca.
Scoppia in lacrime al fischio finale Guillermo Ochoa dopo aver difeso i pali del suo Messico probabilmente per l’ultima volta. Lasciando la porta inviolata, garantisce al suo paese di passare ai sedicesimi di finale della Coppa del Mondo come primo nel girone.
Per lui è il sesto Mondiale, un record storico per il portiere, che ha dedicato tutta la sua carriera alla Nazionale messicana.
L’ha messo in campo da subentrato il CT Aguirre, perché nonostante sia stato ormai superato nelle gerarchie, Ochoa meritava il tributo della sua gente all’Azteca, che l’ha salutato e applaudito come si fa con i grandi eroi.
Non è riuscito a frenare l’emozione il portiere messicano, che ha definito speciale chiudere così una carriera ventennale, nel Mondiale giocato in casa e che il Messico sta cavalcando a testa alta.

Tra i pali ha ispirato generazioni di portieri e ci ha insegnato che si può fare la storia anche senza sollevare al cielo il trofeo più importante.
Per Memo anche una parentesi in Italia, quando dal 2022 al 2024 ha deciso di rimettersi in gioco accettando la scommessa di Salerno. Tra i pali della Salernitana l’ha seguito Michelangelo Rampulla, uno che di portieri ne ha sempre capito tanto.
È proprio Rampulla che in occasione del ritiro di Ochoa si è prestato ai microfoni di Gianluca Di Marzio per raccontare un lato inedito del portiere messicano, che ha avuto l’onore di conoscere a Salerno.
Descritto come un leader vero e un grande lavoratore, disposto ad allenarsi anche la vigilia di Natale.
Ochoa non ha mai visto l’età come un vincolo e giocava a calcio con la stessa gioia di un bambino.
Forse è questo il segreto di una carriera così lunga, che l’ha portato al tanto desiderato sesto Mondiale.
Per Rampulla, Ochoa condivideva la mentalità da campione di Gigi Buffon, anche se con un carattere più pacato… insolito per un latino.
Secondo l’allenatore, non ha nulla da invidiare ad altri grandi portieri della sua generazione, semplicemente la sua figura è stata meno spettacolarizzata dai media e per questo è rimasto più nell’ombra.

Ci sono portieri che vincono tutto e portieri che diventano immortali senza aver mai alzato la coppa più importante.
Guillermo Ochoa appartiene alla seconda categoria. Perché, se si pronuncia il suo nome, il primo ricordo non è un trofeo. È una parata. Anzi, una serie infinita di parate.
Per un mese ogni quattro anni, il Messico diventava la nazionale di Ochoa. E Ochoa diventava il miglior portiere del pianeta.
Sembrava una legge della fisica: arrivava il Mondiale e “Memo” si trasformava in un muro invalicabile, capace di sfidare qualsiasi logica.
L’ha dimostrato nel 2014, quando si è imposto contro il Brasile padrone di casa, che tutti davano per favorito. Il cuore di un solo uomo contro il talento di un’intera squadra.
Per chi ama il calcio dei ricordi, Guillermo Ochoa sarà sempre il portiere che, almeno una volta ogni quattro anni, riusciva a fermare il tempo.
Federica Vitali


