
Ci sono stati anni in cui San Siro, all’improvviso, diventava muto. Non perché il pubblico smettesse di cantare. Perché tutti stavano aspettando la stessa cosa: il momento in cui qualcuno avrebbe provato a superare Franco Baresi.
Quasi sempre finiva allo stesso modo. Un anticipo pulito avrebbe reso vano il tentativo e il gioco ripartiva come se nulla fosse successo. Era questo il talento più grande di Baresi: rendere invisibile la difficoltà. Immagina San Siro urlare non per un gol ma per una palla allontanata senza sforzo. Un ossimoro.
Il calcio ha sempre avuto bisogno di eroi appariscenti. Del numero dieci che inventa una giocata, del centravanti che decide una finale, dell’ala che accende gli spalti a suon di dribbling. E badate bene, di questi eroi San Siro ne ha visti tanti. Ma Baresi apparteneva a un’altra categoria. Se ti accorgevi di lui era perché l’attaccante più forte del mondo aveva appena capito che quella domenica avrebbe toccato pochi palloni.

Non rincorreva l’avversario. Lo aspettava. Non entrava duro. Arrivava prima.
Non esultava quasi mai. Si limitava a sistemare i compagni con un gesto della mano, come un direttore d’orchestra che sa già quale sarà la nota successiva. In un calcio veloce e intrepido, Baresi sembrava giocare con il tempo fermo.
Forse è per questo che parlare oggi di Franco Baresi significa parlare di un mestiere che non esiste quasi più. Il libero. Una parola che raccontava un ruolo ma anche un’idea di calcio: leggere, intuire, correggere gli errori degli altri senza chiedere nulla in cambio. Un regista ma con un tocco in più, con il dovere della difesa. Si può dire che Baresi fu l’ultimo interprete assoluto di quella figura. Anche quando il calcio cominciò a cambiare pelle. Si adattò senza perdere la propria essenza, trasformandosi da libero classico a leader della linea difensiva più famosa del mondo.

È curioso e un po’ crudele come venga ricordato soprattutto per un rigore.
Pasadena, luglio 1994. Venticinque giorni prima aveva subito un intervento al menisco. Sembrava impossibile rivederlo in quel Mondiale. Invece tornò per la finale e giocò una partita che ancora oggi molti difensori studiano come manuale. Poi arrivarono i rigori e il suo finì sopra la traversa. Fu uno dei pochi errori della sua carriera ed è anche quello che lo ha reso più umano. Perché il calcio, a volte, ha bisogno di lasciare una piccola crepa anche nei suoi monumenti.
La carriera di Baresi non è stata perfetta. È stata vera. Ha conosciuto la Serie B quando avrebbe potuto andarsene, ha accettato gli anni difficili e quelli irripetibili, ha attraversato presidenti, allenatori, compagni e generazioni sempre a testa alta. Oggi sembra una scelta romantica. All’epoca era semplicemente Franco Baresi.
Le immagini resteranno sempre le stesse. Le calze abbassate. Lo sguardo severo. Quel numero 6 sulla schiena che a pensarci ora, pesava quanto l’intera storia del Milan.
Ma forse il ricordo più bello è un altro. Non un tackle. Non una coppa né una premiazione, lui che fu protagonista di molte di esse. È una sensazione, quella che provavano gli attaccanti entrando a San Siro: sapere che, da qualche parte, c’era un uomo capace di leggere loro nel pensiero prima ancora del loro movimento.
Alcuni campioni vengono raccontati attraverso le azioni che hanno compiuto. Franco Baresi verrà ricordato soprattutto per quelle che non ha mai permesso agli altri di fare. Ed è probabilmente la forma più alta di grandezza che un difensore possa lasciare in eredità.
Federica Vitali


