C’è stato un tempo in cui la fascia destra non era soltanto un corridoio da percorrere ma un palcoscenico, lungo cui correva leggero Francesco Moriero,. Uno di quei giocatori in grado di trasformare una partita di calcio in una sequenza di piccoli colpi di teatro.
Moriero non è stato soltanto un’ala. È stato, soprattutto, uno stile. Il dribbling corto, quasi da calcetto, la postura sempre un po’ inclinata in avanti, come se stesse per partire in anticipo rispetto al tempo del gioco. E poi quella corsa spezzata, fatta di accelerazioni improvvise e cambi di direzione, che negli anni Novanta diventò una firma riconoscibile per chiunque seguisse la Serie A.
La sua storia comincia lontano dai riflettori, nel Salento. A lanciare davvero Moriero nel grande calcio fu il Cosenza, una delle tappe classiche di formazione per tanti talenti italiani di quegli anni. In Calabria, all’inizio degli anni Novanta, Moriero diventa qualcosa di più di una promessa: un’ala capace di cambiare il ritmo della partita. Il pubblico del San Vito si abitua presto a quel movimento: ricezione sulla linea, finta di corpo, e poi via verso il fondo.
La consacrazione arriva però con la Roma. A metà del decennio Moriero diventa uno dei volti della Roma di transizione tra due epoche, una squadra che non sempre trovava continuità e che viveva delle invenzioni dei suoi esterni. In giallorosso Moriero affina la sua identità calcistica: non solo velocità ma anche fantasia. I suoi cross arrivano spesso dopo dribbling che sembrano inutilmente complicati, ma che in realtà servono a creare lo spazio necessario per sorprendere la difesa.

Il capitolo più luminoso della carriera di Moriero è probabilmente quello con l’Inter. Arriva in una rosa piena di talento e di contrasti, quella di Ronaldo Nazário e di Javier Zanetti. Una generazione sospesa tra spettacolo e irregolarità. In quella squadra Moriero trova il contesto ideale: spazio per correre, compagni con cui dialogare in velocità, e soprattutto un pubblico che apprezza i giocatori capaci di accendere la partita con una giocata.
La notte più simbolica è quella in cui l’Inter conquista la finale di Coppa UEFA contro la Lazio. Moriero segna uno dei gol della partita, una di quelle azioni che raccontano il suo calcio: scatto, controllo rapido, conclusione senza esitazioni. È il momento in cui tutto si allinea — la corsa, l’istinto, il palcoscenico europeo.
Milano gli regala anche la Nazionale. Con l’Italia di Cesare Maldini partecipa alla Coppa del Mondo del 1998 in Francia. Non è la stella della squadra, ma è uno di quei giocatori che possono cambiare l’inerzia di una partita entrando con la freschezza delle gambe e l’imprevedibilità del gesto tecnico.

Negli anni successivi la sua carriera continua tra diverse tappe, dal Napoli al ritorno nella sua terra con il Lecce. Non sono più gli anni delle grandi ribalte e Moriero diventa qualcosa di diverso: un veterano che continua a cercare la giocata anche ora che il calcio sta cambiando pelle e diventando più tattico, più geometrico.
Ed è forse proprio questo il punto. Moriero appartiene a una categoria di calciatori che oggi sembra quasi scomparsa: gli esterni puri, quelli che vivevano per il duello uno contro uno sulla fascia. Non era un giocatore da statistiche bulimiche, né da narrazioni epiche. Era un giocatore da momento improvviso. Uno scatto, una finta, un cross che arrivava quando nessuno lo aspettava.
E per chi lo ha visto giocare, basta chiudere gli occhi per rivedere quella scena: la palla che rotola sulla fascia destra, Moriero che la accarezza con l’esterno e poi parte. Non corre soltanto verso la porta. Corre dentro un calcio che, per un attimo, sembra tornare semplice.
Federica Vitali



