
Ci sono notti in cui il talento non basta. Notti in cui la passione si trasforma in un silenzio assordante.
La Turchia perde 0-1 contro il Paraguay (in 10 per tutto il secondo tempo) e abbandona il Mondiale nel modo più doloroso: 0 gol nei primi 180 minuti della competizione.
Secondo quanto raccolto dagli analisti di Opta, è un record negativo che non si vedeva dal 1966. Sessant’anni dopo, una squadra considerata una delle più forti del torneo viene eliminata.
Quella che doveva essere la consacrazione della generazione d’oro di una Nazionale che tornava dopo 22 anni di assenza, si è trasformata in un fallimento.
Un flop totale che ha lasciato un popolo intero nel mezzo di una notte amarissima.
I processi — all’interno dello spogliatoio e sui media — sono già pietosamente iniziati.
Sul banco degli imputati, inevitabilmente, c’è lui: Vincenzo Montella.
Il commissario tecnico italiano, osannato fino a ieri per aver dato un’identità e un gioco moderno alla Nazionale turca, si è ritrovato improvvisamente prigioniero delle sue stesse idee. Le sue scelte tattiche si sono rivelate un boomerang letale.
“Mi dispiace moltissimo. A nome della nazione c’erano grandi aspettative e anche le nostre erano molto alte,” ha dichiarato al termine del ko contro La Albirroja. Ha poi proseguito ribadendo che: “Ci sono stati 65 tiri in due gare, non voglio nemmeno parlare del possesso palla. Il destino non era dalla nostra parte. Ho detto ai giocatori: ‘Avete dato tutto. Come si dice, non c’è via di scampo dal destino…’. Dobbiamo sviluppare l’abitudine di giocare nei grandi tornei. È facile puntare il dito e criticare una persona. Non c’è bisogno di incolpare nessuno.”
Ed è vero. La Turchia ha fatto il 79% di possesso palla ma parliamo di un possesso sterile, prevedibile e che ha urtato costantemente contro il muro avversario senza mai abbatterlo.
Vedere un talento come Arda Güler vagare per il campo lontano dalla porta, imbrigliato in compiti tattici lontani dalle sue caratteristiche, isolandolo dal gioco. Non è andata meglio per la stella della Juventus, Kenan Yıldız, ovviamente non al meglio della sua forma fisica, accanto a capitan Çalhanoğlu, costretto a fare da regista e mediano in totale solitudine.
“Ringrazio e chiedo scusa ai tifosi e al nostro Paese perché hanno dato tutto il supporto,” ha detto il centrocampista dell’Inter.
La difesa guidata dall’ex Juve e Atalanta, Merih Demiral, è apparsa costantemente esposta, timida e prevedibile.
“Abbiamo dato il massimo in entrambe le partite. Abbiamo ottenuto risultati che non ci aspettavamo mai. Sai, non avrebbe mai dovuto andare così. Siamo tutti responsabili in questo caso. Ecco perché, come ho detto, chiediamo sinceramente scusa a tutti, a tutto il nostro popolo che abbiamo offeso e turbato,” ha detto l’ormai difensore della squadra saudita dell’Al-Ahli.
Al di là di tutto, però, quello che la stampa e la tifoseria dell’Ay-Yıldızlılar (Luna e Stelle) rimprovera a Montella è stata la scelta dell’attacco: la rinuncia a Barış Alper Yılmaz (stella del Galatasaray) e a Semih Kılıçsoy (attaccante del Cagliari).
Sostituzioni tardive che non hanno offerto una scossa a una Turchia naufragata nell’illusione del possesso palla e di quei 65 tiri sterili che si consumavano minuto dopo minuto.
In Turchia, è rimbalzata la voce dell’ex nazionale İlker Yağcıoğlu non si è risparmiato nell’analisi critica: “Montella si è scavato la fossa da solo. Se non abbandoni la tua testardaggine, se non sei un po’ flessibile, questa è la punizione che riceverai”.
La punizione, per l’appunto, è arrivata nel modo più cinico e inappellabile, lasciando a terra una squadra che ha provato a fare il massimo, ma che ha scoperto a proprie spese quanto il calcio possa essere spietato.
Il destino, evocato dallo stesso C.T. è una spiegazione che fotografa solo in parte la realtà: la sfortuna esiste, certo, ma quando giochi un intero tempo in superiorità numerica, la ricerca del gol non può diventare un labirinto senza uscita.
Per la Turchia — che aveva spinto i suoi ragazzi fino all’aeroporto — il Mondiale si chiude qui, tra il silenzio dei rimpianti e la consapevolezza di aver sprecato una grande occasione.
Restano le scuse e le lacrime di un popolo che aveva aspettato ventidue anni per respirare di nuovo l’aria del grande palcoscenico mondiale.
Rosaria Picale

