Alberico Evani, il talento discreto che ha attraversato il grande calcio senza mai smettere di essere se stesso, che sapeva far scorrere la partita a un ritmo tutto suo.
Chi ha visto giocare Alberico Evani lo ricorda in modi diversi. C’è chi pensa al suo passo corto, chi allo sguardo timido, chi a quel sinistro che non tradiva mai. Pochi invece lo ricordano per un dettaglio minuscolo: il modo in cui sistemava la maglia prima di ogni punizione. Un gesto breve, quasi impercettibile, ma sufficiente per capire che stava per succedere qualcosa di importante senza che nessuno alzasse la voce.
Quando si parla del Milan di Sacchi, ci si perde quasi sempre nel libro dei miracoli. Eppure per uno come Evani quel Milan era soprattutto un’officina. Non un santuario.
Con Arrigo si imparava la posizione come un mestiere manuale: centimetri, diagonali, rilanci dal basso che sembravano parole di un dialetto tecnico in via d’estinzione.
Evani era il ragazzo che prendeva appunti. Quello che non cercava mai il titolo, ma capiva la trama. Non c’era eroismo in lui, ma cura. E la cura, nel calcio di allora, valeva quanto un dribbling.
Dicono che i grandi gol nascano tutti allo stesso modo: un attimo di silenzio, il piede che incontra il pallone e la certezza improvvisa di aver fatto la cosa giusta.
Il tiro di Evani nella Supercoppa del ’89 non è uno di questi. Una sera a Barcellona, il confine tra caso e destino.
Il suo è un gol che sembra quasi chiedere permesso: una parabola che non grida, non sfida, semplicemente arriva.
Un gol da uomo che non si mette mai davanti alla luce, ma che quella sera si lasciò trovare da essa.
Evani e l’Italia non sono mai stati una storia d’amore, semmai una storia di messaggi lasciati in segreteria, qualcosa di intermittente.
Ogni tanto la Nazionale lo chiamava, lui rispondeva con discrezione, come chi entra in casa d’altri togliendosi le scarpe.
Poi arrivò il 1994, gli States, il caldo. E quel gol alla Bulgaria, uno di quei momenti in cui anche i giocatori più silenziosi entrano nel racconto mondiale senza preavviso, come comparse che diventano improvvisamente necessarie alla trama.
C’è una cosa difficile, nel calcio contemporaneo: rimanere uguali a se stessi.
Evani ci è riuscito.
Nelle giovanili, nelle panchine delle Nazionali, accanto a Mancini: stesso modo di parlare, stesso modo di guardare la partita, stessa pazienza da insegnante di scuola tecnica.
È come se avesse deciso che il calcio è già abbastanza rumoroso da solo, e che qualcuno deve pur occuparsi della parte più silenziosa: l’arte di non cambiare.
Oggi che il calcio misura tutto – gli expected goals, i chilometri, i passaggi progressivi – figure come Evani sembrano quasi un paradosso.
Un calciatore che non ti travolge, non ti sovrasta, non ti ipnotizza… eppure ti rimane dentro.
Forse perché ci ricorda una verità elementare: che anche nella partita più frenetica c’è sempre bisogno di qualcuno che capisca prima di toccare, che veda prima di parlare, che scelga senza esibirsi. Alberico Evani era questo: un equilibrio che non pretendeva attenzione, e che per questo ne merita ancora.
Federica Vitali





