L”Europeito” americano: le squadre europee comandano ancora

Sei nazionali europee ai quarti. Analisi di un torneo dove il "calcio globale" è diventato un monologo del Vecchio Continente

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Fonte immagine: profilo ufficiale sul social "X" di @433 - https://x.com/433/status/2074952331573989838/photo/1

Il sole dell’America batte forte sull’erba degli stadi americani, canadesi e messicani, ma se chiudete gli occhi e ascoltate il rumore di fondo di questo Mondiale 2026, capirete subito che qualcosa non torna. 

Nonostante le promesse di un calcio globale, nonostante le fanfare della FIFA che sognavano un’espansione democratica, il profumo di questo torneo ha un sentore inconfondibilmente antico.

È l’odore della vecchia Europa che, ancora una volta, parla un calcio secolare.  

Era il Mondiale del 2006 e su otto squadre che arrivano a giocarsi i quarti di finale, solo due squadre erano extraeuropee: l’Argentina e il Brasile. 

Oggi, vent’anni dopo, la situazione non è cambiata. Sei squadre europee e due “outsider”: Marocco e l’Argentina. 

Nel maxi Mondiale a 48 squadre è sempre il ‘vecchio continente’ a dettare legge nel calcio. 

Ci sono le favorite Francia, Spagna e Inghilterra e le potenze in ascesa come Norvegia, Svizzera e Belgio. 

L’allargamento, pensato per rendere il calcio globale, ha finito paradossalmente per premiare la profondità delle rose europee, capace di gestire il tour de force. 

Ma se la FIFA si aspettava che questo avrebbe portato all’exploit di Africa (che si aggrappa al Marocco) e Asia, Gianni Infantino (autore, tra l’altro, della disastrosa condotta ai favori della nazionale ospitate a stelle e strisce) resta deluso. 

(1) europe world cup – Ricerca / X

Così come resta delusa l’America: Argentina è l’unica squadra a raggiungere i quarti. In tutto, le otto squadre hanno segnato 92 gol, contro il precedente record di 77 di Francia ‘98: chi va avanti punta tutto sull’attacco. 

Questo record non è un caso isolato.

È il segno di un calcio europeo che ha smesso di speculare: il contropiede è diventato un’arma di pressione collettiva. La difesa non è più solo “un bunker”, ma il punto di partenza dell’azione. 

“Sarà il Mondiale delle sorprese.”  Ma ai quarti le sorprese sono poche e molto relative.

Può esserlo la Svizzera, ma per il resto si tratta di Nazionali strutturate e abituate a lottare per traguardi importanti. 

Qualcuno diceva che il calcio europeo fosse in crisi, ma sarebbe bello se tutte le crisi fossero così: sei su otto.  

E se nel 2006 le superpotenze europee erano l’Italia (che vent’anni viveva la notte dei sogni a Berlino) e la Germania, adesso sono la Spagna e la Francia. ù

Cambiano le inseguitrici: non più Paesi Bassi e Portogallo ma Norvegia e Svizzera. 

Non si tratta solo di ricambio generazionale, ma di una diversa filosofia di gioco: la Norvegia di Erling Haaland ha abbandonato il pragmatismo del passato, una mutazione genetica che le grandi di un tempo non hanno saputo cavalcare. 

Vincono e con loro trionfano le cinque monarchie ai quarti: Belgio, Spagna, Inghilterra e Norvegia, a cui si aggiunge anche il Marocco. 

Ai Leoni dell’Atlante, insieme all’Albiceste, il compito di non trasformare l’epilogo in un ‘Europeito”.

Una vetrina di stampo europeo dove, nonostante le distanze chilometriche, a comandare sono sempre i maestri di sempre. 

La nuova Europa, invece, cercherà di non finire come la “vecchia” a Usa ‘94, quando su sette europee, fu il Brasile di Romario a far festa, mandando all’aria ogni pronostico. 

Quello del ’94 fu l’ultimo guizzo di un mondo che non tornerà.

Oggi, il divario non è più un vuoto colmato dall’estro del singolo, ma una voragine scavata da un’organizzazione implacabile. Se nel ’94 l’Europa peccava di presunzione, il calcio moderno ha imparato la lezione: non lascia nulla al caso. Le nazionali che arrivano ai quarti non sono più una scommessa, sono macchine da guerra. 

Non c’è più spazio per l’ingenuità del passato.

Le europee giocano con un’intensità che non concede respiri. È un’egemonia che si autoalimenta: più si gioca ad alti livelli, più il modello europeo si rafforza, rendendo quasi impossibile trovare la crepa necessaria per passare. 

Infantino può sognare allargamenti infiniti, può ipotizzare tornei a 64 squadre per cercare un nuovo miracolo sportivo, ma la realtà dei fatti è una sola: la qualità è concentrata qui. E non si tratta di arroganza, ma di una superiorità strutturale che ha trasformato il Mondiale in un banco di prova dove la storia viene scritta, partita dopo partita, dal pragmatismo europeo. 

E chissà l’inchiostro quale Paese scriverà, tra pochi giorni, come nuovo campione del Mondo. 

 

Rosaria Picale