Wimbledon, Centre Court.
I raggi del sole inclinati, la voce dello speaker che chiama il suo nome, le urla della folla.
Jannik Sinner si avvicina a una sorridente, elegante e splendida Kate, impeccabile in un abito azzurro il cui tono fa risaltare ancor di più lo scintillio del trofeo, che passa dalle sue mani a quelle del giovane italiano. Il nuovo Re è stato incoronato.
Sono rapita dalla bellezza di questo momento, da come mi sembrino entrambi creature eteree ma dalla forza sconfinante, flessuose come giunchi ma capaci di resistere alle più feroci tempeste.
Penso che stia assistendo a un evento destinato agli annali della storia del tennis. Mai un italiano ha calcato quell’erba da vincitore. È l’erba del Tempio del Tennis, è Wimbledon, dove tutto è verde e bianco, impeccabile eleganza e rigore.
Jannik Sinner li ha entrambi, eleganza e rigore. È proprio il rigore che possiede – verso se stesso, verso questo sport – che lo ha condotto qui a vincere. Che gli ha permesso di uscire dalla prigione mentale dei tre mesi di inattività e, ancor peggio, della débâcle di Parigi.
Sì, débâcle: perché quando perdi una finale dopo aver sprecato tre championship points puoi raccontarti qualsiasi cosa, dopo: nella testa resterà l’occasione perduta a urlarti che se solo avessi fatto diversamente, se solo avessi osato di più, se solo…
Jannik è riuscito a piegare le sbarre di quella prigione con una velocità impressionante, sorprendendomi e sorprendendoci perché, onestamente, era lecito temere che si stesse riproponendo lo spauracchio già visto tra Roger Federer e Rafa Nadal; che quella forza mentale che gli si è sempre attribuita fosse infine crollata, sotto il peso delle sconfortanti vicende personali e delle violente e imprendibili prime palle di Carlos Alcaraz.
Proprio quando la finale di Wimbledon rischiava seriamente di assumere gli stessi inquietanti connotati di quella del Roland Garros, Sinner ha trovato una nuova linfa e una seconda sliding door.
Le sue prime hanno cominciato a entrare con più potenza e decisione; allo stesso tempo, il servizio di Carlos ha manifestato più sbavature di quanto ci si potesse aspettare. Jan ha acquisito maggiore sicurezza e quel pizzico di audacia mancata un mese fa, arrivando al quarto e decisivo set con la consapevolezza assoluta che – ancora una volta – la partita era nelle sue mani.
Stavolta, c’era scritto chiaramente sul suo viso, voleva prendersela.
E forse anche il suo nome echeggiato sugli spalti – solo alla fine, ma forte e chiaro – ha contribuito e ha chiuso il cerchio.
Just look at what it means to Jannik Sinner ????#Wimbledon pic.twitter.com/XIbwG2jEJR
— Wimbledon (@Wimbledon) July 13, 2025
Fa quasi tenerezza vederlo lì, accucciato sul manto verde del Centrale, a dialogare pochi secondi con quella superficie che forse non è la sua prediletta, ma che oggi lo ha visto sicuro, padrone, a tratti persino feroce. Chissà cosa si sono detti: forse, semplicemente, si sono ringraziati a vicenda.
Jannik Sinner è uno dai continui ringraziamenti: penso, tuttavia, non ne riceva abbastanza. Che non sia amato e sostenuto come meriterebbe dalla propria nazione, che addita le sue origini alto atesine come un problema, criticando la sua poca solarità, come se essere italiano dovesse rispondere necessariamente a uno standard preconfezionato.
Forse, a partire da oggi, le cose saranno diverse. Forse.
Onestamente, al momento, resto ancora rapita dalla bellezza che emanano la Principessa e il nuovo Re, al Centre Court.
La sorte li ha portati a quei titoli: loro hanno il merito di rappresentarli, nel miglior modo possibile.
Che Dio ce li conservi, entrambi, a lungo.
*immagine tratta dai profili social ufficiali Wimbledon



