
Matías Almeyda è stato uno di quei centrocampisti che hanno lasciato un segno indelebile, non tanto per i gol segnati, quanto per la grinta e la passione che portava in campo. La sua carriera è un viaggio che merita di essere raccontato con il tono nostalgico di chi rivede vecchie immagini in bianco e nero.
Matías Jesús Almeyda nasce ad Azul, in Argentina, nel 1973. Cresciuto nel River Plate, debutta tra i professionisti nei primi anni ’90 e diventa presto un punto fermo della squadra. Con i “Millonarios” conquista diversi titoli nazionali e si mette in mostra come mediano instancabile, capace di correre per novanta minuti senza mai tirarsi indietro.
Il salto in Europa arriva nel 1996, quando veste la maglia del Siviglia. È solo un anno, ma basta per attirare l’attenzione della Serie A, che in quel periodo era il campionato più competitivo al mondo.

La sua avventura italiana inizia con la Lazio. Qui Almeyda vive il periodo più glorioso della sua carriera: vince uno Scudetto, due Coppe Italia, una Supercoppa Italiana e una Coppa delle Coppe. Era il cuore pulsante del centrocampo biancoceleste, un guerriero che incarnava lo spirito della squadra.
Dopo la Lazio, passa al Parma e poi all’Inter, dove continua a macinare chilometri e contrasti. Non era un giocatore da copertina, ma chi lo ha visto giocare ricorda la sua dedizione totale, la capacità di sacrificarsi per i compagni e la voglia di lottare su ogni pallone.
Dopo esperienze brevi con Brescia, Quilmes e Universidad de Chile, Almeyda torna al River Plate nel 2009, quando la squadra è in difficoltà. A 36 anni, con il fisico segnato dalle battaglie, decide di rimettersi in gioco per aiutare il club che lo aveva lanciato. È un gesto romantico, da vero uomo di calcio, che rafforza il legame eterno con i tifosi. Nonostante ciò, non ha mai brillato con la maglia dell’Argentina. Partecipa a due Mondiali ma mai da protagonista, rimane sempre e comunque un soldato fedele alla causa albiceleste. C’è anche da dire che davanti a lui in Nazionale giocava un certo Diego Armando Maradona, a cui Almeyda sarà sempre molto legato.
🗣️ Matías Almeyda: “I'll take away the attitude and commitment.” #SevillaElche pic.twitter.com/qlVL8R3Hft
— Sevilla FC (@SevillaFC_ENG) September 12, 2025
Dopo il ritiro nel 2011, ha intrapreso la carriera da allenatore, guidando River Plate, Banfield, Guadalajara e AEK Atene. La sua filosofia tattica riflette la sua carriera da giocatore: intensità, sacrificio e spirito di squadra. Attualmente Almeyda allena il Siviglia, lui che conosce bene l’ambiente andaluso e si sposa bene con le sue tradizioni passionali.
Ripensare ad Almeyda significa evocare un calcio fatto di sudore e cuore. Non era un fantasista né un bomber, ma un mediano vecchio stampo, di quelli che oggi mancano. La sua storia è quella di un uomo che ha attraversato continenti e difficoltà, senza mai perdere la voglia di correre dietro a un pallone. Un simbolo di un calcio che non c’è più, ma che resta vivo nei ricordi di chi lo ha visto combattere su ogni campo.
Federica Vitali


