Cuore e polmoni: l’epopea di Almeyda

Matías Almeyda è stato uno di quei centrocampisti che hanno lasciato un segno indelebile, non tanto per i gol segnati, quanto per la grinta e la passione che portava in campo.

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Almeyda Lazio
Foto: @peladoalmeyda on Instagram (https://www.instagram.com/p/BWvmj4SAprU/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA==)

Matías Almeyda è stato uno di quei centrocampisti che hanno lasciato un segno indelebile, non tanto per i gol segnati, quanto per la grinta e la passione che portava in campo. La sua carriera è un viaggio che merita di essere raccontato con il tono nostalgico di chi rivede vecchie immagini in bianco e nero.

Matías Jesús Almeyda nasce ad Azul, in Argentina, nel 1973. Cresciuto nel River Plate, debutta tra i professionisti nei primi anni ’90 e diventa presto un punto fermo della squadra. Con i “Millonarios” conquista diversi titoli nazionali e si mette in mostra come mediano instancabile, capace di correre per novanta minuti senza mai tirarsi indietro.

Il salto in Europa arriva nel 1996, quando veste la maglia del Siviglia. È solo un anno, ma basta per attirare l’attenzione della Serie A, che in quel periodo era il campionato più competitivo al mondo.

Almeyda Siviglia
Foto: @peladoalmeyda on Instagram (https://www.instagram.com/p/DLAhxG9IBLS/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA==)

La sua avventura italiana inizia con la Lazio. Qui Almeyda vive il periodo più glorioso della sua carriera: vince uno Scudetto, due Coppe Italia, una Supercoppa Italiana e una Coppa delle Coppe. Era il cuore pulsante del centrocampo biancoceleste, un guerriero che incarnava lo spirito della squadra.
Dopo la Lazio, passa al Parma e poi all’Inter, dove continua a macinare chilometri e contrasti. Non era un giocatore da copertina, ma chi lo ha visto giocare ricorda la sua dedizione totale, la capacità di sacrificarsi per i compagni e la voglia di lottare su ogni pallone.

Dopo esperienze brevi con Brescia, Quilmes e Universidad de Chile, Almeyda torna al River Plate nel 2009, quando la squadra è in difficoltà. A 36 anni, con il fisico segnato dalle battaglie, decide di rimettersi in gioco per aiutare il club che lo aveva lanciato. È un gesto romantico, da vero uomo di calcio, che rafforza il legame eterno con i tifosi. Nonostante ciò, non ha mai brillato con la maglia dell’Argentina. Partecipa a due Mondiali ma mai da protagonista, rimane sempre e comunque un soldato fedele alla causa albiceleste. C’è anche da dire che davanti a lui in Nazionale giocava un certo Diego Armando Maradona, a cui Almeyda sarà sempre molto legato.

Dopo il ritiro nel 2011, ha intrapreso la carriera da allenatore, guidando River Plate, Banfield, Guadalajara e AEK Atene. La sua filosofia tattica riflette la sua carriera da giocatore: intensità, sacrificio e spirito di squadra. Attualmente Almeyda allena il Siviglia, lui che conosce bene l’ambiente andaluso e si sposa bene con le sue tradizioni passionali.

Ripensare ad Almeyda significa evocare un calcio fatto di sudore e cuore. Non era un fantasista né un bomber, ma un mediano vecchio stampo, di quelli che oggi mancano. La sua storia è quella di un uomo che ha attraversato continenti e difficoltà, senza mai perdere la voglia di correre dietro a un pallone. Un simbolo di un calcio che non c’è più, ma che resta vivo nei ricordi di chi lo ha visto combattere su ogni campo.

 

 

 

Federica Vitali