Cristian Chivu: dalla Primavera neroazzurra al 21° scudetto

Lo chiamavano "lo stagista". Lui ha preso l'Inter e l'ha portata al 21° scudetto con 3 giornate d'anticipo. La storia di Cristian Chivu

0
220
Fonte immagine: profilo ufficiale sul social "X" di @CalcioTurkey - https://x.com/CalcioTurkey/status/2052318066474647623/photo/1

Lo chiamavano “lo stagista”. 

Non per cattiveria, intendiamoci: ma perché un allenatore con appena pochi mesi di Serie A alle spalle, sulla panchina dell’Inter sembrava davvero uno fuori posto. E invece…

Dalle giovanili del club al tetto d’Italia: Cristian Chivu è l’artefice silenzioso del 21° scudetto dell’Inter. 

A 46 anni e alla sua prima stagione in neroazzurro, ha riportato lo Scudetto dopo una lunga stagione, decisa da equilibrio, identità e risultati che hanno permesso di vincere il titolo con tre giornate d’anticipo. 

Un allenatore profondamente legato al mondo neroazzurro: prima calciatore, poi allenatore del settore giovanile — dove ha assorbito metodi, valori e cultura del club — e infine la promozione in prima squadra dopo la stagione al Parma. 

L’allenatore con “DNA Inter” chiamato a raccogliere un gruppo forte ma segnato da un finale di stagione amaro: secondo posto dietro il Napoli e la sconfitta bruciante in finale di Champions League) 

“Siamo tornati alle radici, a cos’è l’interismo: significa orgoglio, lealtà. Il coraggio è anche il mio. In tutti questi anni ho imparato rispetto, conoscenza, carattere, interismo. Questa maglia, questa squadra, mi hanno fatto innamorare. Ho l’Inter nel cuore.” 

Queste le sue parole pronunciate il 14 giugno 2025, alla conferenza stampa di presentazione. Parole profondamente profetiche. 

Già, perché per Cristian Chivu, nato a più di 1220 km da Milano (a Resita, in Romania) l’Inter ha rappresentato la fine della sua carriera da calciatore (nel 2014) e l’inizio della sua carriera di allenatore, seppure delle giovanili. 

Ed è proprio in Romania, che inizia la sua carriera da difensore, che lo porterà poi a vestire la maglia dell’Ajax e ad indossare a soli 21 anni la fascia di capitano.

In Olanda vince un’Eredivisie, una Coppa e una Supercoppa dei Paesi Bassi.

Nel 2003 a 23 anni arriva in Italia, nella Roma, per 18 milioni di euro.  

Nel 2007 passa all’Inter, dove diventa uno dei calciatori più utilizzati grazie anche alla sua spiccata versatilità in difesa: vince due scudetti di fila, ma poi nel gennaio del 2010 in un Chievo-Inter, riporta una grave frattura al cranio. 

Risultato? Ritorna dopo 77 giorni, è tra gli uomini del triplete e protagonista della magica notte di Madrid.  

Nel 2014, dopo sette stagioni condite da 169 presenze e 3 gol, dice addio al calcio giocato, per poi ritornare da allenatore nel 2018: under14 dell’Inter. La scalata è repentina, fino a diventare nel 2021 l’allenatore della Primavera interista. E stringe un ottimo rapporto con Simone Inzaghi, come riportato dalle sue parole: 

“Abbiamo vissuto insieme il campo. Ho un buonissimo rapporto con lui, posso solo dirgli grazie.” 

Poi arriva la prima esperienza in Serie A: un Parma che nel febbraio del 2025 era terzultima in campionato. Squadra che si salverà all’ultima giornata. Una squadra fragile, sbilanciata che lui ricostruirà portando una salvezza tutt’altro che scontata. 

All’Inter ha mantenuto l’impatto del 3-5-2, ma evolvendolo: più verticalizzazione, più aggressività, pressing alto e una linea difensiva altamente coraggiosa. D’altronde, il potenziale era già presente in abbondanza. 

Inoltre, il nome di Chivu è già scritto nella storia del club. È riuscito solo a pochi allenatori di vincere al primo anno sulla panchina dell’Inter: Arpad Weisz (1930), Alfredo Foni (1953), Giovanni Invernizzi (1971) e José Mourinho (2009). E proprio con lo “Special One” condivide un altro dato significativo: è il primo allenatore straniero a conquistare la Serie A dopo anni di dominio tecnico italiano.  

Dall’Inter all’Inter, insomma.

Uno dei pochissimi a vincere il titolo sia da giocatore che da allenatore. 

Un uomo dal destino neroazzurro che aspetta solo di poter vivere l’ultima sfida della stagione: la finale di Coppa Italia contro la Lazio.  

E prendere in mano un’Inter reduce da una finale di stagione disastrosa (ricordiamo la finale di Champions contro uno strabiliante PSG) e portarla a vincere il campionato e a un passo dal double nazionale non è cosa da tutti, soprattutto per un allenatore che prima di questa stagione aveva vissuto solo pochi mesi in Serie A. 

Del resto, il titolo di “stagista inaspettato” sembra essergli stato cucito su misura. E alla fine, lo stagista ha consegnato il suo capolavoro. 

 

Rosaria Picale