
La stagione 2025/26 in Champions League per le squadre italiane, presumibilmente, finisce qui. L’Atalanta esce sconfitta dall’andata degli ottavi contro uno strabiliante Bayern Monaco (1-6).
Il ritorno? Tutto potrebbe accadere ma la sconfitta dell’Atalanta non è una disfatta episodica. È il tragico epilogo di una stagione intera. La fotografia di un calcio italiano che in Europa si sta sta sfaldando.
Il Napoli (campione d’Italia in carica), ha chiusa la ‘fase campionato’ al 30° posto. La Juventus è stata eliminata agli ottavi dal Galatasaray. L’Inter, quella che aveva sognato dopo la finale contro i campioni del PSG, è stata eliminata dal Bodo/Glimt. La squadra norvegese, quella che ha vinto contro il Manchester City e l’Atletico de Madrid.
Fuori.
È così che si chiude il 2026 europeo per le italiane in Champions.
Ma qual era la situazione vent’anni fa?
Delle quattro squadre arrivate ai gironi (Milan, Juventus, Inter e Udinese), tre arrivarono ai quarti. Fu il Milan, però, ad imporsi su tutte, arrivano in semifinale, sconfitto proprio da quel Barcellona che vinse la sua seconda Champions League.
Due mesi dopo, l’Italia divenne campione del mondo per la quarta volta. A Berlino, gli azzurri venivano portato in trionfo, e con essi, un paese intero.
Nel 2006, però, come detto, il calcio italiano non solo era campione del mondo. Era il centro dell’universo calcistico.
Erano anni che lo era.
Anni in cui le squadre italiane facevano paura a tutti, che gli stadi traboccavano di campioni. Anni in cui l’Europa guardava alla Serie A come al posto dove andare per diventare grandi.
Proviamo a chiudere gli occhi e tornare lì. Nei primi sei anni del Duemila.
Nel 2000 le italiane erano lì, presenti, incombenti. Finale tutta italiana della Coppa UEFA: Juventus e Parma (che la vinse). Nel 2002, la Juventus di Lippi arrivò in finale contro un Real Madrid che vinceva ancora.
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L’Italia perde ma c’è.
Nel 2003, l’apoteosi del calcio italiano. Milan e Juventus si affrontano nella prima finale tutta italiana della coppa più prestigiosa. All’Old Trafford di Manchester, il Milan vince i rigori e la coppa torna in Italia.
Tre squadre in semifinale: Milan, Juve e Inter. Il mondo trema e resta a guardare.
Nel 2005: la notte di Istanbul. La notte delle lacrime del Milan che vede la coppa scivolare via ai rigori. Ma l’Italia è ancora lì, in finale, a giocarsi il tutto per tutto.
Insomma, nel 2006 (l’anno spartiacque), le italiane sono mostri sacri. Un paese che produce campioni come una fabbrica. Sono anni in cui il calcio italiano ha i migliori giocatori del mondo. E li tiene in casa.
Gli stadi italiani sono pieni. Continuamente. Non sono stati moderni, non hanno confort, non hanno la tecnologia di oggi.
Ma hanno l’anima. Hanno la curva che canta, la gente in piedi, il rumore, la passione.
Chi c’era, ricorda.
Ricorda la notte del 28 maggio 2003: due squadre italiane in finale. Roba che oggi sembra fantascienza. Ricorda la notte del 25 maggio 2005: un calcio italiano c’era, che lottava, che arrivava fino in fondo.
Le italiane, in quegli anni, erano sempre lì. Ai quarti, in semifinale, in finale. A giocarsi la Coppa con le migliori d’Europa. A far paura.
Poi arriva il 2006. L’anno di Calciopoli. Le telefonate, le intercettazioni, gli scandali, ma in mezzo al fango, qualcosa resiste. La vittoria del quarto mondiale. Poi dopo, la fabbrica di campioni si ferma.
I giovani che dovrebbero prendere il posto dei ‘grandi’ non arrivano. O arrivano e non sono all’altezza.
Il calcio italiano continua a vincere, per un po’. L’Inter di Mourinho vince il triplete nel 2010: l’ultimo sussulto di un gigante.
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Le finali si perdono. La Juventus ne perde due nel 2015 e nel 2017. L’Inter l’ha persa nel 2025. Ogni volta si dice: “Il prossimo anno sarà quello buono.” Ogni volta quell’anno viene posticipato.
Le italiane escono prima. Ai quarti, agli ottavi, ai gironi. Il livello si abbassa, i soldi finiscono e i campioni (dove forse si dovrebbe investire sul vivaio) vanno via.
La Serie A diventa un campionato di passaggio, dove i giovani si ‘fanno le ossa’ prima di andare in Premier, in Liga, e Bundes.
“Le squadre italiane non reggono l’intensità del calcio di oggi: hanno bisogno di un ‘riavvio’.”
Queste le parole dell’ex difensore e capitano della Nazionale tedesco, Philip Lham.
Cosa può riportare l’Italia in alto?
Non esiste una bacchetta magica. Non esiste un uomo solo al mondo. Esistono, però, una serie di cose che, messe insieme, possono ricostruire quel che si è rotto.
La prima sono i giovani. Quelli dell’under 21 o ancora quelli che nelle squadre di Serie si stanno facendo conoscere. Non sono i campioni degli anni Duemila, non ancora. Ma sono l’embrione di qualcosa che può crescere.
La seconda è l’identità. Perché il calcio italiano, per anni, ha cercato di imitare gli altri. Ha perso la sua anima, quella fatta di tattica, di difesa, di contropiede, di furbizia.
E per ultimo, i playoff. Quelli della Nazionale, il 26 marzo. Perché vincere anche solo per andarsi a giocare il Mondiale che manca dal 2018, può cambiare tutto. Può ridare fiducia a un paese intero.
Non succederà domani. Non succederà dopodomani. Ci vorranno mesi, forse anni. Ma la strada è tracciata.
E la cosa bella del calcio è che, finché c’è una strada, c’è anche una speranza.
ROSARIA PICALE


