Chevanton, il bomber che non ha mai lasciato il Salento

Tra gol spettacolari, un talento fuori dal comune e un legame indissolubile con il Salento, Ernesto Chevanton è diventato una leggenda che continua a vivere nel cuore dei tifosi del Lecce

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Foto: @romanticocalciofilo on Instagram (https://www.instagram.com/p/BJr2_OeB4vH/)

Per i tifosi del Lecce, Ernesto Javier Chevanton non è stato soltanto un attaccante: è stato un simbolo di appartenenza, uno di quei giocatori capaci di trasformare ogni pallone in un’emozione e ogni gol in un ricordo destinato a rimanere.

Quando Pantaleo Corvino lo portò in Salento nell’estate del 2001, in pochi conoscevano quel ragazzo uruguaiano cresciuto sulle sponde del Danubio. Bastarono però poche settimane per capire che il Lecce aveva trovato un talento fuori dal comune. Esplosivo nei primi metri, feroce negli spazi stretti e dotato di un destro imprevedibile, Chevanton sembrava poter segnare in qualsiasi modo.

La sua storia con i giallorossi non iniziò nel migliore dei contesti. La retrocessione del primo anno avrebbe potuto interrompere un rapporto appena nato. Invece fu proprio la Serie B a rafforzare il legame. Chevanton rimase, trascinò la squadra verso la promozione e divenne il volto di una rinascita che avrebbe riportato il Lecce nel massimo campionato.

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Foto: @thefootballelite2 on Instagram (https://www.instagram.com/p/CBJhNM-oq8m/)

La Serie A fu il palcoscenico perfetto per consacrarlo. Con Mirko Vučinić e Valeri Božinov formò uno dei tridenti più divertenti del calcio italiano dei primi anni Duemila. Ogni partita sembrava offrire un nuovo capolavoro: punizioni violente, conclusioni al volo, contropiedi fulminanti e persino un memorabile gol direttamente da calcio d’angolo. Era un attaccante frizzante, capace di far alzare il pubblico in piedi ancora prima che il pallone entrasse in porta.

Nella stagione 2003-04 raggiunse probabilmente il punto più alto della sua avventura italiana. Le sue reti permisero al Lecce di conquistare una salvezza brillante, mentre le grandi squadre iniziarono a seguirlo con attenzione. Quando il Monaco investì circa dieci milioni di euro per portarlo in Francia, era chiaro che il piccolo club salentino aveva lanciato uno degli attaccanti più affascinanti del campionato italiano.

La carriera, però, raramente segue la strada che sembra già scritta. Al Monaco arrivarono gol importanti e la possibilità di disputare la Champions League, ma iniziarono anche i primi problemi fisici. Successivamente il Siviglia gli regalò le soddisfazioni più prestigiose, con trofei internazionali e reti spettacolari, come quelle segnate contro il Real Madrid. Eppure la sensazione era che il miglior Chevanton fosse rimasto sulle rive dell’Adriatico, davanti alla Curva Nord del Via del Mare.

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Foto: @leccecalciostories on Instagram (https://www.instagram.com/p/B1D4jNhImdw/)

Il destino, alla fine, trovò il modo di riportarlo a casa. Dopo l’esperienza all’Atalanta, l’uruguaiano tornò a vestire la maglia del Lecce, regalando ancora tocchi di classe. Negli anni successivi ci sarebbe stato anche un secondo ritorno, stavolta in una categoria ben diversa, segno che il richiamo del Salento era ormai diventato qualcosa di molto più forte di qualsiasi ambizione professionale.

È proprio questo l’aspetto che rende la sua storia diversa da tante altre. Molti calciatori promettono di non dimenticare una città. Chevanton, invece, lo ha dimostrato con i fatti. Ha scelto di vivere a Lecce anche dopo il ritiro, ha iniziato a lavorare nel settore giovanile del club, trasmettendo ogni giorno ai ragazzi ciò che quella maglia ha rappresentato per lui. Più volte ha raccontato di sentirsi adottato dalla città e di non essersi mai tolto davvero di dosso quei colori. Pur di giocare per loro, accettò uno stipendio di 900 euro al mese, perché per lui l’affetto della gente valeva più dei soldi.

Forse è per questo che il suo nome continua a evocare qualcosa di speciale. Non soltanto per i 45 gol realizzati con il Lecce tra campionato e promozioni. Chevanton rappresenta un’epoca in cui il talento era spontaneo, istintivo, quasi ribelle. Un calcio meno costruito e più romantico, dove bastava un destro da trenta metri o una punizione sotto l’incrocio per far innamorare un’intera città.

Il tempo passa, i campioni cambiano e il calcio si evolve. Ma alcuni ricordi resistono a qualsiasi epoca. E quando al Via del Mare qualcuno pronuncia ancora quel cognome con l’accento uruguaiano, sembra quasi di rivedere il numero 19 partire palla al piede, puntare la porta e lasciare il segno. Perché certi amori, nel calcio come nella vita, non finiscono con un trasferimento. Rimangono dove sono nati.

 

 

Federica Vitali