
Quattromila chilometri quadrati di isole in mezzo all’Atlantico, poco più di 500.000 abitanti e zero tradizione nel calcio ai massimi livelli. Sulla carta, il Mondiale di Capo Verde doveva essere questo: la passerella romantica della “vittima sacrificale” del gruppo H sotto i colossi del calcio planetario.
Un gruppo ostico, composto da due delle squadre vincenti della competizione, Uruguay e Spagna, e dai falchi dell’Arabia Saudita.
Insomma, la classica dinamica dove Capo Verde non doveva fare altro che soccombere. Ma il campo, come spesso accade quando le storie diventano epiche, ha fortunatamente riscritto le gerarchie.
Quello dei Tubarões Azuis (gli squali blu) si è trasformato nel più clamoroso “Davide contro Golia” del torneo.
Una squadra senza paura, che ha preso la fionda delle idee e del coraggio e l’ha scagliata contro i giganti del girone. Una squadra che ha dimostrato che il blasone, da solo, non respinge i colpi della fame di mostrarsi al mondo intero.
Due pareggi importanti e inaspettati contro Spagna (0-0), una delle grandi favorite di questa edizione, e Uruguay (2-2), che ha vinto la competizione nel 1930 e nel 1950, quando Capo Verde non era ancora un paese indipendente — lo sarà solo nel 1975.
E no, non è una “favola” come alcuni vogliono certamente presentarla. O nemmeno un evento casuale, visto che nel girone delle qualificazioni sono arrivati primi, grazie a cinque vittorie su cinque.
È la conseguenza di un progetto coerente e lungimirante, che ha combinato investimenti sul territorio e lavori di ricerca, scouting e convincimento di calciatori con la doppia nazionalità in giro per il mondo.
La FIFA ha cominciato a investire, partendo dalle strutture, con finanziamenti, costruzione di campi in erba e centri di allenamento moderni sull’isola di Praia.
Un progetto attuale, particolare e che ha permesso alla Nazionale di raggiungere i quarti di finale della Coppa d’Africa nel 2013 e nel 2023.
Dei 26 calciatori convocati, solo 11 sono nati di fronte all’Atlantico. Tra di loro il portiere classe ‘86 Vozinha — all’anagrafe Josimar José Évora Dias — che ha parato i tiri delle stelle della “Roja”. Un portiere che di mestiere fa il dentista.
“Mio figlio è nato durante la Coppa del mondo del 1986. Il brasiliano Josimar segnò un gol e io dall’entusiasmo misi a mio figlio il suo nome. Oggi a 40 anni dopo partecipa per la prima volta a una Coppa del Mondo: tutti noi capoverdiani siamo orgogliosi di lui e della nostra nazionale,” ha raccontato il padre di Vozinha.
Nato a Capo Verde è anche il centrocampista Kevin Pina, che contro l’Uruguay ha segnato su punizione il primo gol ai Mondiali della sua Nazionale.
Nato e cresciuto nella capitale Praia. Poi la decisione di abbandonare il calcio, quando la famiglia si trasferisce negli Stati Uniti.
E diciamolo chiaramente, non è la miglior nazione dove praticare il calcio.
A cambiargli la vita un incontro inaspettato: quello con Caló — Carlos Morais — che ha impresso in passato il proprio nome nella storia del Capo Verde: l’autore del primo gol della Nazionale capoverdiana nelle qualificazioni ai Mondiali del 2003.
“L’ho visto giocare una partitella in strada a Brockton e sono andato da suo padre per chiedergli di farlo tornare a Capo Verde“, svelerà l’ex capitano della Nazionale quando negli Stati Uniti lo vide giocare a calcio.
Gli altri 15 calciatori sono nati e cresciuti all’estero: 6 in Portogallo e 5 nei Paesi Bassi, dove vivono circa 20mila capoverdiani. E tutti giocano all’estero: in 14 campionati diversi: cipriota, finlandese, emiratino e russo, tra gli altri.
Trovarli e convincerli a giocare per la Nazionale ha richiesto uno sforzo logistico e organizzativo non indifferente.
La convocazione di Roberto “Pico” Lopes, per esempio, è diventata l’emblema dei modi non convenzionali.
Nato a Dublino da madre irlandese e padre capoverdiano, dal 2017 gioca nello Shamrock Rovers e nel 2018 ricevette una prima proposta per rappresentare la nazione su ‘LinkedIn’ ma lo ignorò: il messaggio era in portoghese e pensò si trattasse di uno spam. Solo alla seconda proposta, arrivata in inglese, rispose e disse ‘sì’.
Al C.T della Nazionale dal 2020, Pedro Leitão Brito “Bubista” — premiato come miglior allenatore africano nel 2025 — viene attribuito il merito.
Ma chi è l’allenatore che ha sempre e solo allenato squadre di club capoverdiane?
Ha un passato da difensore e ha giocato in Spagna, Angola, Portogallo e Capo Verde. Nel 2000 fu il capitano della nazionale che vinse la Coppa Amilcar Cabral, un torneo di squadre dell’Africa occidentale giocato tra il 1979 e il 2007.
Il mondiale di Capo Verde, in fondo, è lo specchio della sua gente: un popolo abituato da sempre a navigare e a trovare una strada anche quando l’orizzonte sembra immenso e minaccioso.
E comunque vada a finire, gli squali blu hanno già dimostrato la cosa più importante: avere il coraggio di guardare il mondo dritto negli occhi.
Rosaria Picale

