Beppe Savoldi, il bomber che segnò un’epoca

Beppe Savoldi è emblema di un calcio che non c'è più: il racconto di un bomber che ha segnato un'epoca con Atalanta, Bologna e Napoli

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Fonte immagine: profilo sul social 'x' del profilo @NapoliNetworkX - https://x.com/NapoliNetworkX/status/2037187997318168762/photo/1

Lo hanno chiamato “Mister due miliardi”. Un soprannome che suonava quasi come un’accusa, in quell’estate del 1975 quando il Napoli lo strappò al Bologna per una cifra che fece tremare l’Italia del pallone: un miliardo e quattrocento milioni di lire, più altre cessioni per arrivare a due miliardi complessivi.

Fu il primo calciatore italiano a costare così tanto, il primo a diventare una sorta di scandalo prima ancora di scendere in campo.

Ma Savoldi non era uno da scandali. Era un uomo introverso, dignitoso, mai sopra le righe. E in campo era un atleta completo, potente, letale soprattutto nel gioco aereo.

I numeri della sua carriera parlano chiaro: 405 partite, 168 gol. E una curiosità che molti hanno dimenticato: si distinse anche nel basket, con l‘A.L.P.E Bergamo. Perché veniva da una famiglia di sportivi veri. La mamma Gloria era stata campionessa italiana di pallavolo. Il fratello minore Gianluca, detto “Titti”, diventò centrocampista. E suo figlio Gianluca seguì le sue orme da attaccante. Lo sport era nel sangue.

Tutto cominciò a Gorlago, piccola cittadina in provincia di Bergamo. Lì, nell’Atalanta, mosse i primi passi sull’erba dell’allora “Stadio Comunale”.

Esordì in Serie A nel 1965, appena diciottenne, in un Atalanta-Fiorentina (1-1). E subito si capì che non era uno qualunque: fiuto del gol, potenza fisica, abilità nel gioco aereo. In un attimo, le grandi cominciarono a fare la fila.

Nel 1968 arrivò a Bologna. E lì diventò un autentico bomber, conquistando i cuori dei tifosi rossoblù. Portò a casa la Coppa Italia nel 1970 e la classifica marcatori nella stagione 1972-73. Con il Bologna collezionò 200 presenze e più di 80 gol. Un’autentica leggenda.

Eppure, il suo nome è legato a doppio filo anche al Napoli.

Perché quell’approdo in azzurro, nell’estate del 1975, non fu solo un trasferimento da record. Dal 1975 al 1979 segnò 55 reti in 118 presenze e regalò ai tifosi partenopei un’altra Coppa Italia, nel 1976. Fu così amato che incise persino un 45 giri, vendendo 70.000 copie.

Nell’estate del 1979 tornò a Bologna, da capitano. Ma la sua carriera stava per incrociare il momento più buio. Al termine della stagione successiva, fu coinvolto nel Totonero, lo scandalo del calcioscommesse del 1980. Venne squalificato per tre anni e mezzo. Lui si dichiarò sempre innocente, ma la condanna arrivò lo stesso.

Dopo uno sconto di pena, nel 1982 tornò in campo. Scelse di farlo dove tutto era cominciato: in Serie B con l’Atalanta, la squadra che lo aveva “battezzato”. Sedici partite, un gol. Poi l’addio.

Con la Nazionale, invece, non riuscì mai a entrare stabilmente nel giro. Solo quattro presenze in maglia azzurra. E lui stesso, anni dopo, raccontò con amarezza:

«Ai miei tempi era diverso. Contavano i clan. Assistevo impotente alle convocazioni di chi giocava nella Juventus o nel Torino o nella Lazio: per mantenere gli equilibri, spesso giocavano insieme Bettega e Graziani. E non si può davvero dire che chi andava in campo al mio posto fosse meglio di me.»

Forse quelle parole dicono più di tanti numeri. Raccontano un uomo che non ha mai alzato la voce, ma che dentro aveva la consapevolezza del proprio valore.

Dopo il ritiro, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Duemila, si dedicò alla panchina.

Guidò squadre di Serie C1 e C2: Carrarese, Lecco, Leffe, Massese, Siena, Spezia, Telgate. Non i riflettori a cui era abituato, ma il calcio vero, quello di provincia, dove si lavora con passione e fatica.

Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, lo ha ricordato come :“uno straordinario bomber, emblema del calcio italiano”.

E forse è proprio così: un emblema. Di un calcio che non c’è più, fatto di attaccanti che facevano male nell’area di rigore, di cifre che sembravano impossibili, di uomini che non cercavano la luce ma che la luce la attiravano comunque.

Beppe Savoldi se n’è andato in silenzio, come era stato da giocatore. Ma chi l’ha visto saltare più in alto di tutti, staccare di testa e segnare il gol che valeva un’intera città, sa che certe storie non finiscono mai davvero. Restano lì, impresse nell’erba degli stadi di un tempo.

 

Rosaria Picale