
Ci sono sconfitte che non cancellano una settimana. E questa, per l’Atalanta, è una di quelle.
Al Mapei Stadium, il Sassuolo si è imposto 2-1 in una sfida sorprendente, arrivata al termine di sette giorni da sogno per i bergamaschi. Perché se è vero che ha persa, è altrettanto verso che l’Atalanta arriva da un’impresa destinata a restare nella storia del calcio italiano.
Ma andiamo con ordine.
“È stata la partita più bella della mia carriera da allenatore. Una serata che resterà nella storia del calcio italiano e nel cuore di tutti i nostri tifosi. Lo stadio era una bolgia, i bergamaschi meritano questa soddisfazione: grazie ai 23mila, ci hanno creduto insieme a noi.”
Queste le parole con cui Raffaele Palladino ha commentato la qualificazione grazie alla vittoria per 4-1 contro il Borussia Dortmund (rimontando il 2-0 dell’andata).
“È un gruppo fantastico in cui chiunque giochi crede in quello che fa e sa come poter essere utile ai compagni,” ha sottolineato ancora Palladino, allenatore della ‘Dea’ dall’11 novembre 2025.
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Raffaele Palladino, ex allenatore di Monza e Fiorentina, ha ereditato una squadra 13° in campionato dopo 11 giornate, con 13 punti fatti nella gestione Juric (1 vittoria, 7 pareggi e 2 sconfitte).
‘L’Europa’ sembrava un’utopia, almeno fino al suo arrivo. Con lui l’Atalanta è arrivato al 7° posto. Ancora alte le speranze di una qualificazione nella competizione calcistica più ambita.
E in Europa? Ha battuto il Chelsea per 2-1 e ha conquistato i playoff. E ora l’incredibile rimonta ritornando agli ottavi dopo la stagione 2020/21 (eliminati dal Real Madrid). Una partita che profuma di mentalità e di carattere, che Palladino ha sicuramente saputo trasmettere.
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Un allenatore che si è lasciato ispirare da Guardiola. Principi del gioco, ricerca del comando, essere tecnicamente forti. E poi da Gasperini, il suo predecessore e maestro. Possesso e verticalità, la costruzione dal basso e l’aggressione alta.
“Non sono un integralista.” Palladino lo ripete spesso, quasi come un mantra.
Alla Fiorentina, nella scorsa stagione, ha alternato il 3-4-2-1 al 4-2-3-1 a seconda delle esigenze e degli avversari. A Monza, partiva spesso con la difesa a tre ma durante le partite sapeva trasformare la squadra, adattarsi, trovare soluzioni.
Quando è arrivato a Bergamo, ha trovato una squadra costruita per il 3-4-2-1, lo stesso modulo che Juric aveva ereditato da Gasperini. Poteva stravolgere tutto, imporre le sue idee. Invece no. Ha osservato, studiato, capito.
Il vestito cucito su misura. Non il vestito di Palladino, non il vestito di Gasperini. Il vestito dell’Atalanta.
E veniamo all’intensità.
L’intensità, nelle squadre allenate da Palladino, non è solo corsa e ‘sacrificio’. È pressione organizzata, è occupazione razionale degli spazi, è capacità di aggredire l’avversario nei momenti giusti.
A gennaio 2026, dopo poco più di un mese e mezzo di gestione, è stata raddoppiata la media punti. Ma non solo. È ritornata anche la qualità del gioco. In primis, le vittorie contro il Bologna e la Roma (del grande ex Gasp). Intensità fatta di pressing alto, asfissiante, mentalità cannibale.
Eppure, non è fine a sé stessa. È più meditato, più pensato, più pragmatico. Capace di leggere le partite e cambiarne l’inerzia con le sostituzioni, con le intuizioni, con il guizzo vincente.
Un altro aspetto importante?
“Poche chiacchiere e tanti fatti, ma il rapporto umano viene prima. Amo spingere la squadra e vedo che i ragazzi recepiscono bene.”
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Queste le sue parole il giorno della sua presentazione. Non è retorica. I fatti parlano chiaro: ha integrato gradualmente i nuovi acquisti e rivitalizzato la vecchia guardia bergamasca. Intensità non solo fisica ma mentale.
La convinzione di poter competere con chiunque, di non mollare mai, di crederci fino alla fine.
Una rivoluzione silenziosa, costruita giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento. Senza proclami, senza polemiche, senza cercare riflettori.
«I punti persi all’inizio sono stati tanti, ma abbiamo fatto una buona risalita. Ora non dobbiamo mollare mezzo centimetro e continuare uniti. Ognuno deve sentirsi coinvolto. Non sono dogmatico, ciò che mi interessa è la mentalità della squadra, che vedo anche nei sacrifici in allenamento degli ultimi due mesi. I risultati sono una meritata conseguenza.”
Questa è la frase che racconta meglio Palladino.
Luca Percassi, amministratore delegato dell’Atalanta, lo ha definito “un predestinato”. Parole pesanti, che caricano di responsabilità. Ma Palladino sembra non sentirne il peso.
A Bergamo ha trovato il suo posto. E ha già dimostrato una cosa: la sua Atalanta non è né la fotocopia dell’ex né l’ennesimo esperimento tattico. È qualcosa di nuovo, di originale, di vivo. È il suo vestito. Ed è bellissimo da vedere.
ROSARIA PICALE


