Irriverenza e divertimento, talento e autodistruzione. L’artista che lottò contro i propri demoni.
Arnaldo Ariel “El Burrito” Ortega nasce a Ledesma il 4 marzo del 1974. La sua carriera calcistica inizia da giovanissimo al River Plate quando esordisce in prima squadra nel 1991 a soli 17 anni.
Nella squadra di Buenos Aires Ariel Ortega si impone come uno dei più grandi talenti, nelle quattro stagioni successive, a soli 24 anni, aveva già conquistato quattro Campionati di Apertura, una Copa Libertadores ed un argento olimpico.
Nel 1994 prende parte ai Campionati Mondiali prendendo il posto del Grande Diego Maradona, che era stato allontanato a causa di un test antidoping, nelle battute finali di una sfida vinta 4-0 contro la Grecia. Da qui inizia la sua storia, il suo gioco e i suoi gol cominciano a far parlare e diversi club sognano di avere in squadra il “nuovo Maradona”.
Nel 1996 viene acquistato dal Valencia. Dopo aver segnato sette goal in dodici partite nei suoi primi mesi da protagonista della Liga il Burrito è un talento indiscusso. Quando però in panchina arriva Claudio Ranieri iniziano i primi problemi, il gioco da fuoriclasse di Ortega si scontra con il rigore tattico dell’allenatore romano. La sua anima ribelle emerge e il tecnico è spesso costretto a tenerlo in panchina.
Il suo spirito ribelle emergerà con forza nei Mondiali del ’98, l’Argentina, nella fase a gironi, batte il Giappone, la Giamaica (5-0 con doppietta proprio del ‘Burrito’) e la Croazia. Conquista tre vittorie su tre arrivando alla partita più significativa della competizione quella contro l’Inghilterra il 30 giugno del 1998.
Le due squadre hanno una rosa di campioni e per molti quello scontro è una “finale anticipata”, Ariel Ortega ruba subito la scena sfoderando una prestazione da campione, la migliore della sua carriera.
Il Burrito si muove su tutta l’arco di gioco offensivo sfornando giocate di altissima classe mettendo a segno sei tunnel. Qui esplode, ancora una volta, il paragone con Maradona.
Nei quarti contro l’Olanda tutto crolla, Ortega fa fatica e all’88esimo compie un errore imperdonabile: dopo una caduta causata da un’azione contro Stam, cerca di ottenere a tutti i costi un rigore ma per l’arbitro si tratta di simulazione. Qui il carattere esplosivo di Ortega esplode e furioso rifila una testata a Van der Sar meritandosi l’espulsione.
Ortega ammetterà:” È stata una delle cose più tristi che mi sia mai capitata. Fino a quel momento il mio Mondiale era stato meraviglioso, ero nel pieno della mia carriera. La mia fu una reazione della quale ancora mi rammarico.”
Questo episodio rappresenta esattamente la dualità di Ariel Ortega un giocatore capace di imprese impossibili, frenato dai propri demoni interiori proprio a un passo dalla consacrazione.
Dopo i Mondiali Ariel Ortega è comunque uno dei giocatori più ambiti, la rottura con Ranieri è sempre più forte e il Valencia è costretto a cederlo. Nel 1998 il Burrito arriva alla Sampdoria di Luciano Spalletti ma, nonostante le ottime prestazioni, il club fa fatica e non riesce ad evitare la retrocessione.

Viene quindi acquistato dal Parma ma, nonostante la vittoria della Supercoppa Italiana, la sua stagione sarà abbastanza tormentata tanto da far maturare in Ariel la decisione di tornare al River Plate.
Seguono anni di alti e bassi: il ritorno in Nazionale per i Mondiali 2002 (senza fortuna), la disastrosa parentesi in Turchia al Fenerbahçe, terminata con una fuga, una squalifica FIFA e una pesante multa, e il ritorno in Argentina al Newell’s Old Boys.
Nel 2006 torna nuovamente nel suo “porto sicuro”, il River Plate. Nonostante la lotta pubblica contro la dipendenza dall’alcol, Ariel Ortega gioca con il cuore, regalando gli ultimi sprazzi di classe pura. La sua carriera si concluderà nel 2012 con i Defensores de Belgrano, nelle serie minori argentine, lasciando il ricordo di un calcio romantico, imperfetto e profondamente umano.



